MASSIMO BERRETTA

CABIRIA. Ila fato, l’acqua, la storia.

Ott
12

ROMA

Mo.C.A. Studio

dal 17 al 26 ottobre 2018

In collaborazione con:

La mostra fotografica di Massimo Berretta è ispirata all’opera cinematografica Cabiria di Giovanni Pastrone (1914), L’esposizione si sviluppa in una sequenza di fotografie legate da una poetica comune, ma realizzate come singole opere autonome. Ogni singola composizione scandisce un immaginario legato all’opera di Pastrone, e contestualmente rappresenta una originale ricognizione del femmineo mondo mediterraneo, ispirato alla figura di Cabiria. L’obiettivo del progetto è coinvolgere lo spettatore in un continuo rimando tra la propria memoria e quella del personaggio rappresentato, attraverso le sollecitazioni indotte dalle immagini quasi oniriche e dai toni tipici delle atmosfere mediterranee, in un rocambolesco gioco di sovrapposizioni e rimandi. Il film Cabiria ha rappresentato, per Massimo Berretta, un’autentica macchina di cattura dell’immaginario. Diversi gli elementi della fascinazione, dall’ambientazione di una storia dal carattere monumentale, alle espressioni degli attori del muto, che cercavano di trasferire emozioni con espressioni prolungate nel tempo, in una sorta di danza immobile che cristallizzava la successione dei fatti. Così, di fronte al film, Berretta afferma di essersi trovato immerso in un campo d’attrazione, nel quale la sequenza delle immagini fisse trasferiva in lui il senso profondo dell’ineludibilità degli eventi, un susseguirsi di fatti storici procedevano incuranti delle singole storie d’ognuno, stravolgendo la linearità del futuro. Così, ci racconta l’autore, è nata la volontà espressiva di estrarre, da questo immaginario, il fascino del destino della protagonista, la bambina, fanciulla, donna Cabiria, piccola esistenza al cospetto dei maestosi eventi provocati dalla prima guerra punica. Cabiria diviene così un puro corpo “messo in un vasel ch’ad ogni vento per mare va, all’altrui voler”. In questo suo lavoro l’artista isola il corpo della protagonista, iscrivendo su questo una vera e propria cartografia del destino pagano, ben lontano e distinto dalla consolazione della provvidenza cristiana. I quadri fotografici di Berretta raffigurano il corpo di Cabiria circondato da citazioni, indizi, segni grafici ispirati all’espressionismo, in un mosaico finemente composto, in cui si esalta l’apparente contraddizione tra la classicità della postura e la meccanica del colore che imprigiona la materia, Il tutto è compresso in un flusso che proietta il destino di quel corpo – il corpo di Cabiria – su di uno schermo immaginario, sul quale lo spazio viene trasmutato per apparire come pura composizione di elementi meccanici, sono loro che simboleggiano il destino di una donna, che ha la propria storia inscritta sulla carne. Lo stesso Berretta afferma che il modo per rapportarsi ad opere come questa, è quello di porsi davanti ad ogni singolo manufatto così come ci si pone di fronte ad una scenografia dalla quale ci si aspetta scaturisca un’azione, e nell’opera di Berretta l’azione scaturisce repentina con l’apparizione del corpo di Cabiria. Le meccaniche compositive tracciano una via per la lettura dell’esposizione, ma contemporaneamente bisogna abbandonarsi ai flash sovrimpressi, come lampi sulla scena, che dal buio disegnano emozioni composte sul corpo abbandonato agli eventi. Ogni quadro è storia a sé, ma l’insieme forma una storia sincronica del destino, fuori dalla linea del tempo.

Claudio Romanelli

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